Le apparizioni mariane tra liturgia e pietà popolare

Sommario

Il Missale Romanun contiene tre memorie facoltative collegate alle apparizioni mariane di Lourdes, Fatima e Guadalupe. Dopo aver collocato queste celebrazioni nel quadro teologico-liturgico, evidenziando che nella liturgia si celebra sempre l’unico mistero salvifico di Cristo (oggetto dell’azione liturgica) e quindi non si celebrano le apparizioni, bensì l’opus salutis compiuto da Cristo, l’articolo indica alcuni orientamenti e proposte per dare alla devozione popolare mariana le caratteristiche di un rendimento di grazie e di una sincera conversione al vangelo mediante la preghiera incessante e le opere di carità, che concretizzano la missione profetica che i credenti sono chiamati a svolgere nelle varie epoche e nei diversi luoghi delle mariofanie.

 

L’attuale Calendario Romano e, di conseguenza, il Messale Romano e la Liturgia delle Ore riportano tre memorie di devozione originate da tre diversi eventi mariofanici e inserite progressivamente nel ritmo dell’anno liturgico e nei libri liturgici. La più antica memoria ricorre l’11 febbraio, indicata come facoltativa, sotto il titolo: Beata Vergine Maria di Lourdes, introdotta nella liturgia romana il 13 novembre 1907; la seconda è la memoria facoltativa, del 13 maggio, della Beata Vergine Maria di Fatima, inserita nel Calendario il 18 dicembre 2001; infine, la terza, la memoria facoltativa del 12 dicembre della Beata Vergine Maria di Guadalupe, introdotta nella terza edizione del Missale Romanum, approvata il28 dicembre 2002.

La procedura messa in atto per un riconoscimento delle memorie per tutta la chiesa latina di rito romano è stata simile al processo con il quale si riconoscono le «memorie di devozione», così come troviamo illustrato nelle Norme generali sull’anno liturgico e sul calendario (21 marzo 1969):

Quando la legittima autorità ebbe riconosciute come buone le ragioni di qualche devozione privata, subito la regione o la famiglia religiosa in cui era sorta questa devozione, chiese che essa fosse ricordata dalla diocesi o dalla famiglia religiosa con una festa liturgica; e finalmente il Sommo Pontefice, spinto da molte richieste, estese la festa alla chiesa universale[1].

Il presente contributo, per poter suggerire alcune proposte sul come orientare la celebrazione liturgica delle memorie di devozione riferentesi alle mariofanie e, quindi, alle espressioni di pietà popolare che di fatto caratterizzano la celebrazione di queste memorie non solo nei luoghi santuariali propri degli eventi delle apparizioni, deve previamente rispondere a una serie di domande legittime di carattere teologico-liturgico, motivate dal comprendere seriamente l’oggetto proprio della celebrazione. Possiamo così riassumere le questioni[2]:

Se la liturgia è la celebrazione dell’opus salutis, descrivibile quindi come «celebrazione della fede», fede in atto, fede pregata, espressione della fede della chiesa credente e professante, in questo senso relazione dinamica tra la lex orandi e la lex credendi, e se la mariofania è riconducibile a una rivelazione privata, o speciale, o particolare, o visione profetica o carismatica, non appartenente al deposito della fede, come si può configurare il rapporto tra la «celebrazione delle fede» e una celebrazione di una memoria che si riferisca a un evento mariofanico? Specificatamente: che cosa si celebra in detta memoria? Ha un senso celebrarla liturgicamente? E ancora: se, come attesta Sacrosantum Concilium, n. 7, la liturgia, opera teandrica, è in sé glorificazione di Dio e santificazione degli uomini che scaturisce dalla ritualizzazione nell’hodie della salvezza, dell’evento Cristo, quali finalità può aggiungere o raggiungere una simile memoria per la chiesa credente, quando il fedele non è obbligato a credere ciò a cui si riferisce e quindi non è impegnato a ispirarsi a essa per fecondare, nel quotidiano, il culto spirituale?[3].

1.  Che cosa celebriamo: l’«oggetto» delle memorie di devozione mariana

1.1. L’«oggetto» e il «soggetto» dell’azione liturgica

Non si insisterà mai a sufficienza sul fatto che il celebrare cristiano non celebra idee o, in modo generico, la vita o aspetti della vita. Fondamentalmente, essenzialmente, celebra l’opera della salvezza che ha nel mistero di Cristo morto e risorto il suo compimento e la pienezza di vita aperta alla novità escatologica. Il senso della vita, la sua esperienzialità, le storie personali e comunitarie sono assunte e unite, con-piantate nella vita, morte e risurrezione del Signore Gesù, nella sua opera salvifica, assunte e trasfigurate e fecondate.

Nel Catechismo della chiesa cattolica, nel paragrafo di sintesi nell’egregio contesto che illustra la liturgia quale opera trinitaria, leggiamo:

Nella liturgia della chiesa Cristo significa e realizza principalmente il suo mistero pasquale. Durante la sua vita terrena Gesù annunciava con il suo insegnamento e anticipava con le sue azioni il suo mistero pasquale. Venuta la sua ora, egli vive l’unico avvenimento della storia che non passa: Gesù muore, è sepolto, risuscita dai morti e siede alla destra del Padre, «una volta per tutte» (Rm 6,19; Eb 7,29; 9,12). È un evento reale, accaduto nella nostra storia, ma è unico: tutti gli altri avvenimenti della storia accadono una volta, poi passano inghiottiti nel passato. Il mistero pasquale di Cristo, invece, non può rimanere soltanto nel passato, dal momento che con la sua morte egli ha distrutto la morte, è tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell’eternità divina e, perciò, abbraccia tutti i tempi e in essi è reso presente. L’evento della croce e della risurrezione rimane e attira tutti verso la vita[4].

L’«oggetto» della liturgia, fede in atto, è lo stesso dell’atto di fede: come la fede attesta e professa che tutto viene dal Padre, per Cristo, nello Spirito Santo e tutto ritorna al Padre, la liturgia, fede in atto, celebra per mezzo dei riti e delle preghiere l’opus salutis, opera cristologico-trinitaria.

Il verbo «celebrare» intende, oltre che un oggetto, anche un «soggetto». Soggetto che, come nel divenire dell’historia salutis, è l’uomo e la donna, è il popolo scelto e consacrato, riferimento e riferenza per tutti gli uomini e le donne, per tutti i popoli e le nazioni; ma è un uomo, una donna, un popolo che come Abram (Gn 12,1-9) all’inizio della storia salvifica della prima rivelazione e come Maria di Nazareth (Lc 1,26-39) all’inizio della storia della nuova ed eterna alleanza, è soggetto cooperatore dell’azione divina, co-agente con il Dio vivente. Un soggetto integrale contemporaneamente attivo e passivo, agente in prima persona ma consapevole di agire nello Spirito divino, nel Santo Paraclito, Spirito di Cristo.

Attingendo ancora al Catechismo della chiesa cattolica, efficacemente troviamo significata la dinamica operativa dell’oggetto-soggetto nella liturgia:

Nella liturgia lo Spirito Santo è il pedagogo della fede del popolo di Dio, l’artefice di quei «capolavori di Dio» che sono i sacramenti della nuova alleanza. Il desiderio e l’opera dello Spirito nel cuore della chiesa è che noi viviamo della vita del Cristo risorto. Quando egli incontra in noi la risposta di fede da lui suscitata, si realizza una vera cooperazione. Grazie ad essa la liturgia diventa l’opera comune dello Spirito Santo e della chiesa (CCC 1091).

In questa dinamica comunionale, il soggetto integrale che celebra la fede non prescinde dalla sua soggettualità, ma si coinvolge compiutamente con le sue luci e le sue tenebre, con le sue esperienze, la sua storia, i molteplici vissuti di cui è segnato, perché anche nell’agire rituale, come nella quotidianità della vita, tutto sia trasformato in culto spirituale al Padre, per Cristo, in Spirito Santo.

1.2. L’«oggetto» della celebrazione liturgica delle memorie mariofaniche

Le annotazioni fin qui condotte ci aiutano a comprendere che cos’è l’oggetto del celebrare cristiano e, quindi, che cosa si celebra nelle tre memorie di devozione che stiamo considerando. La risposta, tuttavia, non può essere immediatamente consequenziale, essa è da attingere dalla prassi celebrativa delle tre memorie. Presuppongo qui una puntuale analisi del Calendario romano, degli elogi del Martirologio Romano[5], dei testi eucologici e biblici proposti nel Messale Romano, dell’eucologia e delle letture della Liturgia delle Ore. In questo contesto mi pare utile offrire una sintesi essenziale.

Il tema/temi da cui dipendono i testi liturgici attuali e che informano l’eucologia e le letture trovano la loro fonte unicamente nel mistero salvifico di Cristo, in cui Maria di Nazaret risplende nella sua intrinseca unione al Cristo Figlio, quale Santa Madre di Dio e madre nostra nell’ordine della grazia. Nell’azione liturgica è venerata propriamente nel movimento cristologico-trinitario a cui i testi si riferiscono con essenziali riferenze. Come essenziali sono le modulazioni dei titoli con cui viene invocata e riconosciuta nei testi in armonia con la lex credendi (Immaculata Dei Genetrix, Genetrix Filii Dei, Mater nostra, Sanctissima Mater Filii Patris) o ispirandosi alle testimonianze locali di uomini e di donne che da generazioni si esprimono nei confronti della Madre del Signore (Sancta Maria, Caeli Regina, Domina, Virgo Guadalupensis).
Le testimonianze spesso hanno la loro origine nelle esperienze particolari o speciali o profetiche, riconosciute come dono spirituale, che non sono in contraddizione con le Scritture né con la traditio ecclesiae, e mettono insieme, simbolicamente, espressioni che scaturiscono dal come i figli e le figlie, nella loro diversità, si riferiscono a una stessa madre, o come è percepita la madre nel rapportarsi ai più diversi figli dando loro l’opportunità di inserirsi in una contestualità più vasta nella fede[6].

Le celebrazioni liturgiche dell’11 febbraio, del 13 maggio, del 12 dicembre, non celebrano apparizioni. Queste memorie di devozione esprimono, nel mistero di Cristo, la memoria fidente di Maria venerata Tuttasanta nel suo immacolato concepimento, nel suo essere Madre di Dio, per volontà dell’eterno Padre, Madre per grazia per noi pellegrini. Queste memorie includono gratitudine e riconoscimento per il patrocinio materno sperimentato e attestato già dalle prime comunità cristiane tanto da proclamarla «beata»; includono ed evocano, infine, la testimonianza della fede di risonanza carismatica e profetica che si è storicizzata e si storicizza culturalmente giorno dopo giorno nel pellegrinare del popolo santo di Dio in Guadalupe, in Lourdes e in Fatima.

In questo senso sono da comprendersi anche i titoli che qualificano le memorie: Beata Vergine Maria di Lourdes, di Fatima, di Guadalupe. Essi vanno interpretati non tanto nella loro sottolineatura geografica, quanto piuttosto nella portata connotativa dell’evento che lì è stato vissuto, del significato che ha assunto, del processo di fede e devozione che ha sviluppato. In altre parole, oltre il meraviglioso e il fascinoso, la testimonianza di viva fede riferibile alle esperienze mariofaniche, pur denotate come «private», connotano valori cristiani (si pensi all’essenziale messaggio evangelico di «conversione, penitenza, orazione») riconosciuti tali da un sapiente discernimento operato dal sensus fidelium e riconosciuti benèfici e costruttivi per il bene dei fedeli.

2. Orientamenti e proposte per la celebrazione delle memorie di devozione mariofaniche

Il dato di fatto liturgico che denota la celebrazione del mistero pasquale di Cristo, culmine e fonte della vita della chiesa, e non le apparizioni in sé, caratterizza alcuni orientamenti e indica scelte pastorali su come sono da celebrare le memorie mariofaniche.

L’attenzione alla liturgia permette di cogliere alcuni suggerimenti operativi che si rivelano utili anche per i «pii esercizi» o le forme di pietà popolare che caratterizzano ritualmente non solo i luoghi santuariali delle mariofanie, ma anche le comunità che celebrano e pregano nei giorni delle memorie o nei tempi preparatori propri dei pellegrinaggi ai santuari o al loro svolgimento. Permane riferenziale, a proposito, il dettato di Sacrosanctum Concilium, che al n. 13, dopo aver raccomandato i pii esercizi conformi alle norme della chiesa e delle chiese particolari, richiede:

… tali esercizi siano regolati tenendo conto dei tempi liturgici, in modo da essere in armonia con la sacra liturgia, da essa in qualche modo traggono ispirazione e ad essa, data la sua natura di gran lunga superiore, conducano il popolo cristiano[7].

2.1. L’esperienza liturgica dell’«azione di grazie» e della «profezia»

Nell’ancora attuale istruzione Eucharisticum mysterium, troviamo una preziosa interpretazione del sintagma «fonte e culmine di tutta la vita cristiana», riferito all’Eucaristia:

La comunione della vita divina e l’unità del popolo di Dio, su cui si fonda la chiesa, sono adeguatamente espresse e mirabilmente prodotte dall’Eucaristia. In essa abbiamo il culmine sia dell’azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono a Cristo e per lui al Padre nello Spirito Santo[8].

L’azione di grazia per eccellenza nella vita cristiana dà il senso di orientamento per la vita umana, è lex vivendi, nel momento celebrativo e nel tempo della quotidianità. È dono per donare, è offerta per offrire, è comunione per comunicare, è essere per gli altri pane che nutre e vino che dà gioia e canto, ma in una contestualità di azione di grazie per ringraziare il Padre santo e misericordioso.

Lo spazio-tempo privilegiato per considerare i tre eventi mariofanici è indubbiamente l’Eucaristia, anche perché dalla celebrazione eucaristica essi, pur essendo testimonianze dell’ordine del «privato», acquistano quella peculiarità di senso a cui l’azione di grazie indirizza.

Sono pertinenti, a riguardo, le acquisizioni e gli orientamenti maturati in ambito ecumenico. Nel documento del Gruppo di Dombes, Maria nel disegno di Dio e nella comunione dei santi, le apparizioni sono considerate dell’ordine di un carisma e, in questo senso, sono «dono di Dio a un membro del corpo per il bene di tutto il corpo»[9]. Pur nella loro eccezionalità devono essere «accolte nell’azione di grazie» e, si aggiunge opportunamente, «con discernimento e prudenza». Il testo di Dombes chiaramente non si riferisce all’Eucaristia e «azione di grazie» è da intendersi ringraziamento in senso lato. Tuttavia se consideriamo che nell’Eucaristia non è l’evento in sé, ma che a partire dall’evento mariofanico noi ringraziamo perché nell’opus salutis e nella communio sanctorum la Madre del Signore è memorata Immacolata, Santa Maria Dei Genetrix, Madre nostra e Caeli Regina, attributi di presenza emersi dalla mariofanie, il ringraziare è frutto di una legittima coerenza in relazione al dono di conferma carismatica a cui gli attributi rinviano. Nell’azione eucaristica, inoltre, si opera una sorta di liberazione dell’immaginario del popolo fedele che tendenzialmente sembra isolare Maria nella sua apparizione, quasi come manifestazione di una sacrale potenza. Nella celebrazione eucaristica non si corre questo pericolo deviazionista di senso. In essa si glorifica Dio, lo si loda, si rende grazie per la materna presenza di Maria, lo si loda in Maria e con Maria lo si magnifica. La stessa intercessione di Maria che ritorna nell’eucologia risulta chiaramente essere «un ministero a servizio del ministero di Cristo, nostro unico mediatore»[10] presso il Padre[11].

L’azione di grazie fa ricordare, agendo, ai fedeli, che

la vera devozione non consiste né in uno sterile sentimentalismo passeggero né in una vana credulità, ma procede dalla vera fede che ci conduce a riconoscere la preminenza della Madre di Dio e ci stimola a un amore filiale verso la nostra Madre e alla imitazione delle sue virtù[12].

Vi è un secondo aspetto che la celebrazione eucaristica e la lex orandi delle mariofanie assume e a suo modo orienta con saldezza alla verità da vivere ed esprimere: è il carattere profetico dei messaggi che l’evento comporta nella sua essenzialità.

Carattere profetico nel senso di profezia, non come univocamente sembra intenderlo il linguaggio comune, bensì nel senso di parlare in nome di Dio, per dire Dio, per aiutare a vivere nell’oggi la fede. Il messaggio delle mariofanie, pur nella loro specificità, così come ci è stato tramandato dai veggenti e dai testimoni, ben oltre ogni possibile sbavatura di registrazione, spesso postuma all’evento, riveste un carattere profetico, riconducibile all’essenzialità del messaggio evangelico. Il carattere profetico dei messaggi non è definito o descritto nei testi liturgici. Troviamo una sapiente risonanza allusiva soprattutto nelle orazioni, in particolare nei motivi della supplica, di tutte e tre le memorie. L’eucologia non dà adito al fenomeno nella sua valenza miracolosa di singolarità, si preoccupa che i fedeli traducano in culto spirituale ciò che emerge dal messaggio mariofanico, in sintonia con l’unico culto spirituale di fare la volontà del Padre nei cammini della vita[13].

Ringraziamento e profezia, pur tipici della celebrazione eucaristica, sono strutturalmente presenti nei testi propri della liturgia, in particolare nell’Ufficio delle letture della Liturgia delle Ore. Il carattere di celebrazione della Parola, proprio dell’Ufficio delle letture, non è ancora valorizzato nelle comunità cristiane. Dal punto di vista pastorale non è il caso qui di suggerire alternative ai cardini della preghiera oraria (Lodi e Vespro), né alla pia pratica del Rosario, che è specifica di memorie mariofaniche e a suo modo caratterizzante. Tuttavia la celebrazione o il riferirsi ai testi propri dell’Ufficio delle letture è arricchente non soltanto per far scoprire una forma orante non usuale, ma per esperire e attingere contenuti teologici da valorizzare in senso mistagogico.

I temi del ringraziamento e della profezia delle singole mariofanie sono utili anche per privilegiare e qualificare il soggetto della celebrazione. Porto una sola esemplificazione che può, a sua volta, indicare altre scelte pastorali. In una programmazione, celebrare la memoria dell’11 febbraio, acquista una sua più evidente plausibilità se vi partecipano anche degli ammalati o persone diversamente abili. La presenza di questi fratelli e sorelle in un’assemblea arricchisce senza dubbio il soggetto celebrante, ma nello stesso tempo suggerisce forme celebrative che tengano conto della loro presenza in vista di una loro partecipazione attiva. Si tratta di forme più volte valorizzate nella celebrazione con gli ammalati, o di forme relativamente sperimentate e adattate per i diversamente abili.

In varie comunità, la partecipazione di ammalati e di anziani suggerisce di celebrare, in questa occasione, il Sacramento dell’Unzione degli infermi. La scelta deve essere ponderata alla luce di orientamenti pastorali sacramentali di insieme. Posso sobriamente ricordare che la presenza di ammalati e disabili trova motivo testimoniale nella mariofania di Lourdes e la «salute-salvezza» che il Sacramento dell’Unzione performatizza, riconduce al dono di grazia che nei sacramenti è offerto a tutti e non privilegio di qualcuno.

2.2.  La pietà popolare per partecipare alla celebrazione delle memorie di devozione mariane

L’argomento da trattare è per sua natura complesso e composito, ma ormai vi sono orientamenti e proposte dal punto di vista magisteriale che attendono di essere messe in pratica e tradotte anche per quanto riguarda le memorie che stiamo considerando.

È per noi estremamente utile confrontarci con la Marialis cultus di Paolo VI, sul retto ordinamento e sviluppo del culto della Beata Vergine Maria, con particolare attenzione al Rinnovamento della pietà mariana (nn. 24-55)[14], e considerare attentamente i «principi e gli orientamenti» del Direttorio su pietà popolare e liturgia, con particolare attenzione al capitolo quinto circa La venerazione per la santa Madre del Signore[15].

Considerare le memorie mariofaniche e le espressioni di pietà, che costituiscono aspetti della partecipazione dei fedeli alla luce di indicazioni più generali circa la venerazione a Santa Maria, è un vero servizio alle scelte pastorali da mettere in atto. Le indicazioni generali che permettono di dare fondamento alla prassi, alla sua comprensione, alla sua purificazione, se è necessario, perché i sensi e i sentimenti che spesso i pii esercizi coinvolgono siano in dinamica polare, oltre il soggettivismo, in dinamica feconda tra soggettivo e oggettivo. Marialis cultus, oltre a ricordare che gli esercizi di pietà «esprimano chiaramente la nota trinitaria e cristologica» (MC 25), indica nell’orientamento biblico, liturgico, ecumenico e antropologico (MC 29-37), una sicura bussola per rivedere o creare esercizi e pratiche di pietà.

Vi è una preoccupazione fontale, che troviamo poi esemplificata anche nel Direttorio, e che viene messa in rilievo: il punto di partenza da considerare sono i temi che devono quindi impregnare e formare i modelli di preghiera. Richiamare i temi fondanti della memoria ci riconduce alla prima parte delle nostre riflessioni, ma può ricordare, anche a costo di banalizzare, che i pii esercizi non si fondano su eventuali segreti che una mariofania può comportare, ma innanzitutto sui contenuti biblici e teologici rispettosi del cammino ecumenico e dei risvolti antropologici che l’evento e il messaggio mariofanico originario propone.

Unitamente al «verbale» formulato nei temi, è assai opportuna la valorizzazione del non verbale di cui sono arricchite le mariofanie nella loro evenemenzialità. Luce, acqua, alberi, fiori, grotta, monte… sono elementi che di fatto sono già usati (si pensi alla processione aux flambeaux), ma, a seconda delle diverse culture, possono essere tipizzati, transignificati, inculturati, così da coinvolgere più compiutamente i fedeli nell’atto con la propria corporeità, come d’altra parte avviene nelle celebrazioni sacramentali.

3. Conclusione

Alcune parole conclusive si ispirano e attualizzano ciò che Marialis cultus scrive circa il «valore pastorale della devozione alla Vergine nel condurre gli uomini a Cristo», quando ci ricorda

le parole stesse che ella rivolse ai servitori delle nozze di Cana: «Fate quello che egli vi dirà» (Gv 2,5); parole, in apparenza, limitate al desiderio di porre rimedio a un disagio conviviale, ma, nella prospettiva del quarto evangelo, sono come una voce in cui sembra riecheggiare la formula usata dal popolo d’Israele per sancire l’alleanza sinaitica (cf. Es 19,8; Rt 24,3.7; Dt 5,27) o per rinnovarne gli impegni (cf. Gs 24,24; Es 10,12; Ne 5,12) e sono anche una voce che mirabilmente si accorda con quella del Padre nella teofania del monte Tabor: «Ascoltatelo» (Mt 17,5)[16].

I siti delle esperienze mariofaniche, in definitiva, risuonano del messaggio evangelico proprio delle nozze di Cana e lo concretizzano, vivendo ciò che deve essere costitutivo di un luogo che intreccia grazia e testimonianza, culto, carità e cultura, le tre «c» che abbiamo compreso essere il costitutivo di un santuario.

Gli altri siti che si formano «in spirito e verità» per celebrare grazia e testimonianza mariofanica diventano, di fatto, spazi santuariali dove il celebrare il mistero cristiano, venerando la Tuttasanta, Madre di Cristo e madre nostra, acquisterà senso e valore se i soggetti celebranti si adopereranno per eseguire l’ascolto che celebrano, in opere di carità fattiva e se si impegneranno a tradurre in cultura gli atteggiamenti e i valori (ethos) espressi dai siti santuariali.

Silvano M. Maggiani

docente di Teologia sacramentaria e di Pastorale liturgica
presso la Pontificia Facoltà teologica «Marianum» di Roma
- direttore della rivista «Marianum»

Articolo tratto dalla Rivista “Credere Oggi” 198 6/13

 


[1] Consilium ad exequendam constitutionem de sacra liturgia, Norme generali sullanno liturgico e sul calendario, OR, Milano 1969, 62.

[2] A mia conoscenza non esiste una letteratura a riguardo. Ho già sviluppato in modo assai articolato la problematica in un intervento dal titolo: Le memorie liturgiche delle mariofanie tra «lex credendi» e «lex orandi», in S. Cecchin (ed.), Apparitiones Beatae Mariae Virginis in historia, fide, theologia. Acta Congressus Mariologici-Mariani Internationalis in civitate Lourdes anno 2008 celebrati, vol. 1, PAMI, Città del Vaticano 2010, 377-411; cf. anche le riferenze bibliografiche ivi segnalate utili per questo contributo.

[3] Maggiani, Le memorie liturgiche, 382-383.

[4] Catechismo della Chiesa cattolica, LEV, Città del Vaticano 1997 (CCC), n. 1084.

[5] Cf. il fascicolo monografico di «Rivista Liturgica» 2 (2004) dal titolo: Santi e santità nel nuovo «Martyrologium Romanum», in particolare R. Dalla Mutta, «Elogi» del Martirologio e «notizie» del Messale e della Liturgia delle Ore. Raffronto e dialogo di testi affini, 259-264.

[6] Maggiani, Le memorie liturgiche, 404-405.

[7] Concilio Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum concilium (4 dicembre 1963), n. 13, in Enchiridion Vaticanum (EV), vol. 1, EDB, Bologna 1966, n. 22.

[8] Congregazione dei riti, Istruzione Eucharisticum mysterium (25 maggio 1967), n.6, in EV 2, 1306, ripreso alla lettera da CCC 1325.

[9] Gruppo di Dombes, Maria nel disegno di Dio e nella comunione dei santi, n. 311, in Enchiridion Oecumenicum (EO), vol. 8, EDB, Bologna 2007, 1675.

[10] Commissione internazionale anglicana-cattolica romana, Maria: grazia e speranza in Cristo (2 febbraio 2004), n.78, in EO 7, 258.

[11] Maggiani, Le memorie liturgiche, 406-407.

[12] Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen gentium (21 novembre 1964), n.67, in EV 1, 443.

[13] Maggiani, Le memorie liturgiche, 408-409.

[14] Paolo VI, Esortazione apostolica Marialis cultus (2 febbraio 1974) (MC), nn. 24-55, in EV 5, 50-87.

[15] Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Direttorio su pietà popolare e liturgia. Principi e orientamenti (17 dicembre 2001), nn. 183-207, in EV 20,2619-2657.

[16] Sono parole che Marialis cultus definisce «sigillo della nostra esortazione»: MC 57 (EV 5, 95).

 

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